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giovedì 7 gennaio 2021

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #34


In quel tempo, Diogenes supervisionava annoiato le ristrutturazioni a casa Von Matterhorn.

I signorini Julius e Bernard erano partiti da poco, e il Conte aveva colto l’occasione per ristrutturare quella porzione di casa che intendeva destinare alle stanze del figlioccio. Ovviamente il Conte aveva pensato che fosse una buona idea affidare la supervisione dei lavori a Diogenes stesso, il quale invece li seguiva di malumore e con vena polemica, sollevando continue obiezioni al lavoro degli operai, dando continui consigli non richiesti, assillando il capocantiere con domande su eventuali problemi che si sarebbero potuti creare ma che erano ben lungi dal presentarsi.

Fu così che un pomeriggio il Conte si affiancò al figlioccio e gli spiegò che il capocantiere si lamentava delle continue intromissioni e domande, del fatalismo e di tutti i problemi che Diogenes vedeva anche dove non ne erano. Il Conte cercò di spiegare a Diogenes come fosse necessario non porre continui problemi agli operai, ma aiutarli nel trovare una soluzione.

A quel punto Diogenes si voltò stupito e, col tono più candido del mondo, disse: “Mio Signore, io sono un filosofo: ho un problema per ogni soluzione!!!” e si diresse verso il capocantiere ponendone uno nuovo.

lunedì 28 dicembre 2020

Lettera di addio di Hessefa

Hessefa Nal Barim (Cleopatra by San Yang)

Segue la lettera consegnata alla compagnia da Hessefa in punto di morte.

Se state leggendo queste righe, ancora una volta non sono stata all’altezza delle aspettative.

Da quello che ho capito studiando gli scritti di Kalarones, il rituale richiede uno sforzo sovrumano per essere attivato. Il solo riportare le scritture nella pergamena mi ha ridotta allo stremo delle forze, temo che attivare il rituale possa essere più pericoloso del previsto.

Temo che attivare il rituale richieda l’estremo sacrificio.

Ma che altro posso fare? Le sorti di Lisalania e forse di tutta Marahan sono appese ad un filo e questo è l’unico spiraglio di salvezza che abbiamo.

La mia risolutezza vacilla se solo penso a cosa andrò a perdere… l’idea di non poter più vedere Carenna mi paralizza. Spero di essere forte, ditele che lo sono stata.

Da quando l’ho vista danzare per la prima volta ai Cinque coltelli, il mondo mi è crollato addosso. Non tanto per la mia reputazione - quella è stato un prezzo equo - ma perché ho capito che per la mia intera vita ho sbagliato tutto. Ho applicato i rigidi dettami di Kessef senza capirne veramente il senso. Come può essere la danza di Carenna immorale quando dona così tanta gioia a chi vi assiste? Come posso giudicare immorale La casa delle meraviglie quando la sua esistenza porta sollievo ai lisalensi e ricovero a chi è vittima di ingiustizie? Come si può giudicare immorale l’omosessualità quando questa è una delle forme del vero amore tra due esseri viventi? Capisco perché Carenna permetta a Diogenes di fare le sue orazioni ai Cinque coltelli. Quel pazzo probabilmente è l’unico saggio in un mondo di pazzi, e anche lei deve averlo capito.

Non potrò mai ringraziare abbastanza Carenna per tutto quello che mi ha dato. Grazie a lei ho aperto gli occhi ed ho spezzato il giogo degli insegnamenti che mi sono stati impartiti. Mi ha fatto rinascere, ed anche se sono trascorsi pochi giorni il tempo trascorso con lei ha portato nella mia vita più gioia di quanta ne posso contenere.

Tutto sommato sono stata fortunata. Correrò questo rischio per lei, non potrei sopportare l’idea di non aver dato il meglio di me per farla vivere in un mondo migliore. Questo sarà il mio contributo alla sua felicità.

Ditele che sono stata forte, ditele di esserlo altrettanto.

Addio.


Immagine (c) by San Yang

giovedì 10 dicembre 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #33


In quel tempo, Diogenes stava tenendo una piccola orazione non ufficiale ai commensali di un paio di tavoli dei 5 Coltelli.

Egli parlava di bellezza, arte, perfezione ed imperfezione; tutti argomenti che aveva già affrontato in alcune orazioni pubbliche.

Fu allora che uno dei presenti, un ascoltatore attento, lo interruppe: “Scusate signore, ma neanche un mese fa sostenevate l’esatto contrario in piazza. Non vi sembra di mancare di coerenza? E non vi sembra la mancanza di coerenza un difetto?”

Diogenes, senza sentirsi per nulla messo in discussione, sorrise bonariamente e rispose: “La coerenza, mio attento ascoltatore, è l’ultimo rifugio di chi è privo di immaginazione.”, poi continuò a contraddirsi per il resto della serata.

giovedì 12 novembre 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #32


In quel tempo, Diogenes cercava di fuggire in ogni modo dagli incarichi lavorativi che il padre, il Conte Lorenzo, voleva affidargli. 

Il Conte Von Matterhorn, infatti, credeva che se avesse riempito di impegni lavorativi Diogenes, egli sarebbe stato costretto ad affrontarli in qualche modo e non avrebbe più avuto tempo, o forze, per le sue orazioni e le sue uscite serali.

Fu allora che Diogenes mise a punto il suo metodo per evitare accuratamente ogni contatto verbale, o scritto, con il padre. La sua giornata aveva rigidi orari, anche mattinieri, ed ogni minuto della sua giornata era programmato rigidamente sullo schivare gli incarichi che potevano essergli attribuiti dal Conte.

Durante questo periodo, Diogenes trascorreva spesso le serata all’Insegna Grigia, ben sapendo che fosse impossibile incontrare lì il padre. Fu allora che uno dei suoi seguaci gli chiese: “Maestro, ultimamente affrontate la vota in modo molto schematico solo per evitare di svolgere compiti che probabilmente vi lascerebbero più libertà nell’organizzare le vostre giornate. Per ché lo fate?”

Diogenes sorrise, tracannò l’ultimo sorso di birra e rispose: “Lo faccio, amico mio, perché quando non si ha carattere, bisogna pur darsi un metodo, altrimenti tutto andrebbe a catafascio.”

Poi si alzò e si diresse verso il luogo in cui avrebbe dovuto essere alla nona ora della sera.

giovedì 1 ottobre 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #31


In quel tempo, Diogenes aveva declamato un’orazione nella pubblica piazza, e si era recato alla Locanda dei 5 coltelli per ricevere i meritati complimenti e dare sollievo alla sua gola secca con un po’ di vino.

Mentre brindava con i suoi seguaci e altri ammiratori, un commerciante emerse dalla folla e, con sguardo severo e fare prepotente, apostrofò il Maestro: “Vi sento sempre parlare; ovunque e di ogni argomento. Eppure voi non conducete nessuna attività profittevole per voi o per la comunità, non avete nessun ruolo nell’amministrazione cittadina, né all’interno della Corporazione. Siete solo un annoiato, indifferente a quello che gli accade attorno, che si autodefinisce filosofo per darsi un titolo che non esiste. Nelle vostre orazioni non spiegate mai nulla, non proponete mai soluzioni ai problemi che descrivete. Dov’è l’utilità in tutto questo?” 

Tutti i presenti rimasero in silenzio, osservando Diogenes in attesa di una sua replica, che non tardò molto ad arrivare, una volta che il Maestro ebbe sorriso come solo lui sa fare: “Vedi amico mio, la filosofia non ha nulla a che fare con lo spiegare, o con il risolvere. Si tratta di provare, e descrivere, ciò che ci circonda; in fin dei conti si tratta di indifferenza perspicace. Se quindi io sono così indifferente come sostieni, allora sono il più grande dei filosofi.”

Diogenes alzò il calice e tutti bevvero alla salute degli indifferenti.

giovedì 3 settembre 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #30


In quel tempo, Diogenes aveva appena finito di declamare una delle sue orazioni più riuscite e riceveva i complimenti dei suoi seguaci e del pubblico che aveva avuto la fortuna di assistere al discorso. 

Fu proprio in quel momento che un commerciante di Lisalania, noto per il suo modo di fare burbero, maleducato e volgare, decise di apostrofare il Maestro con epiteti che qui non verranno riportati per educazione e buon gusto. Mentre inveiva contro Diogenes, l’uomo gli agitava a pochi centimetri dalla faccia un dito, come se volesse con lo stesso colpirlo.

Il Maestro non si scompose e face uno di quei suoi pacati sorrisi con cui deliziava tutti, poi prese la mano minacciosa del commerciante tra le sue e la strinse con vigore ringraziandolo della critica costruttiva. L’uomo fu costretto ad andarsene senza ulteriori commenti.

A quel punto uno dei presenti chiese. “Ma come potete sopportare tanta cattiveria?”

Diogenes sorrise: “Il fatto, amico mio, è che io amo moltissimo l’umanità. Ma veramente molto, al di là dell’immaginabile. Anche perché, se presi uno a uno, gli esseri umani sono insopportabili.”

giovedì 20 agosto 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #29

Il Sapere Nuovo

In quel tempo, Diogenes si sentiva molto frustrato. Teneva le sue prime orazioni  il suo stile era un po’ grezzo, riscontrava poco successo col pubblico e faceva fatica a rendere godibile la sua filosofia.

Voleva in qualche modo riuscire a dimenticare e prendersi una pausa dalle sue preoccupazioni, perciò, insieme ai suoi primi seguaci, si recò alla Locanda dei 5 Coltelli, per poter annegare le sue preoccupazioni nell’alcool.

Insieme si sedettero a un tavolo e attesero la fine dello spettacolo della Locandiera per poter ordinare. La locandiera venne al tavolo, sussurrò qualcosa all’orecchio di Diogenes e si allontanò. Il Maestro allora si alzò dal tavolo, raggiunse la locandiera e le strinse la mano, salutandola poi con un bacio alla guancia.

Una volta usciti dalla locanda uno dei seguaci chiese a Diogenes: “Maestro, non volevate bere?”

Diogenes sorrise e rispose: “Volevo annegare le mie frustrazioni nell’acool, ma oggi sono stato battuto anche in arguzia: mi è stato detto che stasera chi beve per dimenticare avrebbe dovuto pagare prima.” 

Fu così che quella sera il Maestro non dimenticò di pagare.

giovedì 9 luglio 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #28


In quel tempo, Diogenes si godeva insieme ai suoi seguaci una bevanda rinfrescante, fuori dalla Locanda dei 5 coltelli. Era piena estate ed erano le prime ore della sera, il sole stava per calare.

Poche persone passeggiavano per la città, i più, infatti, preferivano trovare un angolo ventoso o in ombra e godersi un minimo di sollievo dall’afa. Anche nel vestire alcune “deroghe” erano concesse ai soliti abiti formali. Sia i nobili che la Guardia Cittadina, avevano abbandonato le giacche in casa e quasi nessuno indossava camice o tuniche che coprissero anche il collo. Persino le donne passeggiavano per strada alzandosi le gonne sino al ginocchio.

Mentre il Maestro si godeva la sua bevanda, lungo la via passò un anziano nobile, vestito di tutto punto: pantalone lungo, stivali, camicia bianca, panciotto, cravattino e una raffinata giacca di panno. Il nobile osservò con disprezzo gli avventori della Locanda con i vestiti sbottonati e aperti e con i pantaloni alzati, scosse la testa e passò oltre.

Uno dei seguaci di Diogenes incuriosito chiese: “Maestro, sapete chi era quell’uomo che ci guardava con tanto disprezzo?”.

“Era un Imperatore, chiaramente”. Spiazzato il seguace fece una seconda domanda: “Come fate a dirlo Maestro?”. Diogenes sorrise e, togliendosi il cappello e asciugandosi un po’ di sudore col dorso della mano, rispose: “Perché gli Imperatori guardano con disprezzo chi cerca di sopravvivere e passano oltre ignorandoli; al contrario coloro che vengono disprezzati dagli Imperatori restano dove sono in attesa che ne passi un altro.”

giovedì 25 giugno 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #27


In quel tempo, Diogenes era particolarmente prolifico con le sue orazioni. Ne aveva composte e declamate almeno una decina nel giro di appena un mese, ed ognuna di esse era incentrata sui difetti di una qualche classe di cittadini, tanto che ormai a Lisalania molti lo vedevano in una cattiva luce; eccezion fatta per coloro che comprendevano lo spirito ironico e sarcastico di orazioni come “Delle manchevolezze dei trovarobe” o “Del carattere spinoso dei pescivendoli”.

Fu così che, per dare riposo alla sua mente sovraccarica di lavoro, il Maestro si concesse alcune serate ai 5 coltelli, dedite allo svago e all’alcool. Egli sosteneva infatti che la mente dovesse svagarsi, alle volte, per poi poter riprendere a pensare lucidamente in caso di bisogno.

Durante una di queste serata, mentre scherzava con i suoi ammiratori su queste recenti orazioni, un omone si alzò da un tavolo e, avvicinatosi al posto dove sedeva Diogenes, lo apostrofò in modo rude: “Facile fare la morale agli altri quando non se ne possiede una, vero damerino?”

Il Maestro sorrise affabilmente all’uomo e rispose: “Ti racconterò una storia mio caro amico: quando gli Dei lo crearono, fornirono l’uomo di due bisacce: una da tenere sulla schiena, piena dei propri difetti; una da tenere davanti, sulla pancia, piena dei difetti di tutti gli altri uomini che sarebbero venuti. Ecco perché non riesco a scorgere i miei difetti ma sono così pronto a notare e criticare quelli degli altri. La colpa è degli Dei!”

L’omone non si fece impressionare dalla risposta, ma borbottando improperi contro gli Dei uscì seccato dalla locanda.

giovedì 11 giugno 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #26


In quel tempo, Diogenes stava tenendo un’orazione nei pressi della piazza pincipale di Lisalania. Egli aveva già una certa notorietà e numeroso era il pubblico in quell’occasione. L’orazione parlava società, suddivisione in classi, appropriati modi di gestire sfortune momentanee e crisi economiche o sociali.

Il Maestro gestiva l’orazione con la consueta verve, per non annoiare troppo il pubblico, quando un membro del consiglio cittadino, un anziano nobile noto per l’eloquio piatto e noioso, si affiancò a Diogenes e gli tolse la parola. Il Consigliere iniziò a smentire le teorie espresse sino ad allora dal Maestro, rispondendo però in maniera noiosa, cercando di dimostrare le proprie teorie con lunghi periodi e molte pause.

Il pubblico cominciava ad annoiarsi e alcuni persino ad andarsene, fu allora che Diogenes, accusato dal nobile di non essere abbastanza intelligente, approfittò di una delle pause per rivolgersi al suo detrattore e al pubblico: “Mio Signore, di sicuro non sarò abbastanza intelligente o arguto da ribattere a tutto quanto avete detto punto per punto, ma secondo un mio calcolo approssimativo conosco la metà degli argomenti esposti meno della metà di quanto dovrei, ma voi avevate ragione per meno della metà delle vostre affermazioni, di cui ne ho capita circa la metà. Non credete?”

Il Consigliere ristette sorpreso e, non avendo neanche una metà di argomentazioni per rispondere al Maestro, fu costretto a lasciare l’orazione tra i fischi del pubblico che tornò a seguire interessato l’orazione del Maestro.

venerdì 29 maggio 2020

Speciale “IL SAPERE NUOVO”: Della perdita. Della paura.

IL SAPERE NUOVO: Della perdita. Della paura.

DELLA PERDITA

Se dovessero chiedermi ‘Perché ti manca ancora?’, io risponderei che la tua mancanza mi ha teletrasportato in un limbo maledetto, dove tutte le immagini dei ricordi e delle belle cose passano in continuazione: il tuo profilo, la tua luce e il tuo calore sono tratti indelebili che non riesco a cancellare. Ricordo questo breve periodo di qualche giorno fa: è stato quello più felice e vissuto, ci siamo trovati e ritrovati, scoperti e amati, vissuti e poi gettati nella banalità assurda di questa fine ingiustificata. Mi sento come vittima di un’ingiustizia non capita, non sono stato assolto dal mio reato.
 
Mi sento oggi pessimo ma allo stesso tempo guerriero della notte e delle parole, cosi che dopo il tuo abbandono, ho deciso di utilizzare lo strumento della parola come dolcificante per alleviare la mia sofferenza; si perché il tuo andare via mi ha spezzato il cuore in quattro parti. Mi manchi e non posso nasconderlo; non riesco a nascondere niente di me, traspare ogni singola emozione. Sono quel tipo di persona che si fa ingannare dalla trasparenza, con me siete tutti in un porto sicuro perché la verità verrà sempre a galla; ti doveva bastare guardarmi negli occhi per capire cosa volevo o perché mi sentivo in un determinato modo: sono semplice, semplice è la mia rabbia, il mio volerti e il mio non volerti. Nessun punto fermo è stato fissato nella mia testa, non ho preso nessuna direzione. Sono in un limbo.
Sono semplice come il mare, sono semplice come la terra che calpesti, sono semplice come la musica e come l’odore che porto sulla pelle. Ma la semplicità è arte complessa e articolata.
 
Nella semplicità della notte e del giorno, il pensiero di averti perso per sempre mi annienta e mi manda all’inferno; sento come delle mani che mi stringono il collo, e mi uccidono.
C’è una frase che mi perseguita in questi giorni: ‘L’appagamento è cosa semplice’, io vedevo questo in noi, vedevo te che illuminavi la stanza con la tua sola presenza ed io che non riuscivo a distoglierne lo sguardo; vedo noi fermi, mentre ti tengo tra le braccia; provo la certezza che anche se ti avessi abbandonato per delle giornate intere avrei potuto ritrovarti a fine giornata, sempre pronta a darmi ciò di cui avevo realmente bisogno.
 
Ricordo perfettamente le sensazioni provate quando ci siamo sfiorati: estasi di tranquillità e di gioia, emozioni ed esperienze che non hanno prezzo e sono inimitabili; diffido dalle imitazioni, non ho vissuto incubi o bugie ma solo verità e mi è bastato guardarti pochi momenti per capire l’unicità dei tuoi sentimenti. 
 
Ho provato a cercarti negli occhi degli altri, a colmare il mio vuoto con divertimento, alcool e rabbia; non è servito a nulla, e allora mi sono affidato alla filosofia, come mio solito, alla sublimazione del dolore come sempre. Ed è uscito fuori tutto questo, ma neanche questo, alla fine, arriverà al tuo cuore. 
 
Tu eri per me qualcosa di unico, e hai tirato fuori quella sensazione che provavo e mi rendeva insicuro, rivelandosi la più vera di tutte: tu non ci sei più. 
 
Brutta esperienza cercare di rimettere in piedi una vita che pensavo fosse perfetta, ricostruire dalle macerie un equilibrio lineare che si era spezzato. Non ho più parole sensate da offrirti se non queste della mia orazione sulla perdita; ho perso il controllo e nella mia guerra interiore volevo solo che tu mi illuminassi di nuovo il cammino..
Sono confuso e stanco e non faccio niente di concreto per averti di nuovo, faccio solo peggio. Sei un fantasma delle mie giornate che mi tiene compagnia negli attimi più tristi.
Non credere più in niente, neanche più alle mie parole, che sono e continuano ad essere incoerenti e ferite, cosi come lo sono io: perso nelle mie ferite.

Perso nella mia perdita e nella mia paura. La tua perdita, la pura di perdere ancora qualcuno o qualcosa. Di perdere fede, lucidità, libertà. Io ho paura amici. Ma so che ne avete anche voi. Ci crogioliamo nella perdita, ma c’è qualcosa che non dobbiamo perdere mai. Lasciate che vi spieghi.

DELLA PAURA

Come molti di voi, io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione; ne godo quanto chiunque altro. Ma nello spirito del ricordo, affinché gli eventi importanti del passato, generalmente associati alla morte di qualcuno o al termine di una lotta atroce e cruenta vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questa giornata, sottraendo un po' di tempo alla vita quotidiana, per vederci e fare queste due chiacchiere.

Alcuni vorrebbero toglierci la parola, impedirci di stare qui insieme. Sospetto che in questo momento stiano strillando ordini a ragazzi inesperti e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questa città.

Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c'era la libertà di radunarsi con gli amici in piazza, di pensare a cosa bere insieme in osteria la sera, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete coprifuoco, sistemi di sorveglianza e giganti meccanici che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi.

Com'è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole... non c'è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l'avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c'era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso.

La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste al primo damerino con soluzioni semplici per problemi complessi: Registo De Marinis. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso, in cambio di un inchino di fronte ad una fascia blu. Qualche sera fa ho cercato di porre fine a questo silenzio. Ho cercato di ricordare a questa città quello che ha dimenticato: la sua speranza, l'equità, la giustizia, la libertà.

Queste sono più che parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questa banda armata di criminali nota come Milizia vi rimangono ignoti, vi consiglio di lasciar passare questo mio promemoria. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca della verità come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, fuori dai cancelli della Cittadella, e insieme offriremo loro uno spettacolo che non verrà mai più dimenticato.

giovedì 21 maggio 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #25


In quel tempo, un terremoto aveva da poco colpito Lisalania. La scossa non era stata fortissima, ma duratura; gli edifici più deboli e mal costruiti non avevano retto alle sol eccitazioni e avevano subito danni, soprattutto nei quartieri più poveri della città. C’era stato qualche ferito, ma per fortuna nessun morto.

Fu così che tutta la città si mosse a compassione e anche i più nobili di rimboccarono le maniche ed aiutarono a sgomberare le strade dai calcinacci e a ricostruire le case che avevano subito danni. Altri si impegnarono a pagare le cure per coloro che erano rimasti feriti, altri ancora ospitarono coloro rimasti senza casa presso la loro abitazione.

Diogenes, insieme ai suoi seguaci, si impegnò a ripulire ed aiutare coloro che abitavano nei pressi dell’Insegna Grigia. La taverna non aveva subito danni, ma la strada per arrivarci era sbarrata. Mentre Diogenes e i suoi seguaci lavoravano, egli sentì che per la strada passavano due religiosi provenienti dal tempio. Questi presero a parlare nei pressi di dove si trovava il Maestro, parlavano di empietà, scelleratezza e mancanza di fede. Andarono avanti per qualche minuto fino a quando non si rivolsero direttamente a Diogenes: “Sono i debosciati e i miscredenti come te a creare queste sciagure. Il vostro offendere gli Dei, è quello a generare i terremoti. Se volete aiutare dovreste vivere una vita più retta.”

Diogenes, asciugandosi col dorso della mano una goccia di sudore dalla fronte, si voltò e sorridendo rispose: “Luminosi, perché insultate la mia intelligenza? Vi prego, prendetevela soltanto con me, ella non ha colpe.”

Si voltò e ritornò al suo lavoro.

giovedì 7 maggio 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #24


In quel tempo, Diogenes era un bambino, da poco arrivato alla Cittadella. Faceva fatica ad ambientarsi. Data la sua giovane età l’unica cosa che gli impediva di impazzire era la memoria di sua madre che gli ricordava sempre di essere felice e che la felicità avrebbe dovuto essere la più grande aspirazione di ogni essere umano, al pari della libertà.

Fu così che, durante una delle prime lezioni, l’insegnante chiese a tutti gli studenti di descrivere cosa avrebbero voluto essere una volta usciti dalla Cittadella e divenuti adulti. Diogenes, al suo turno, si alzò in piedi e disse con voce chiara: “Io voglio essere felice”. Molti dei suoi compagni risero ma furono zittiti dall’insegnante, il quale ribatté: “Credo che tu non abbia compreso la domanda figliolo.” Senza scomporsi, con decisione, Diogenes replicò: “Io credo, invece, che voi tutti” rivolto anche ai compagni, oltre che all’insegnante “non abbiate compreso la vita, né il suo significato.”

E fu così che Diogenes subì la sua prima punizione nel corso degli anni di studio alla Cittadella.

venerdì 24 aprile 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #23


In quel tempo, Diogenes era appena stato adottato dal Conte Von Matterhorn, per questo aveva dovuto togliere tempo ai suoi studi per svolgere tutta una serie di pratiche burocratiche da sbrigare presso i vari uffici amministrativi locali, statali e Corporativi.

La cosa si era rivelata più complicata di quanto Diogenes avrebbe immaginato ed addirittura aveva dovuto viaggiare fino a Nuova Selota solo per eseguire la cancellazione del vecchio cognome.

Proprio a Nuova Selota, presso la sede amministrativa della Corporazione, un funzionario stava facendo l’ennesimo interrogatorio al Maestro:

“Occupazione?”, “Filosofo” rispose prontamente Diogenes. Il funzionario inarcò le sopracciglia: “Cosa?”, e Diogenes rispose di nuovo: “Filosofo. Condenso il vapore delle umane esperienze in un’essenziale e logica comprensione.”

Il funzionario, per nulla impressionato, con una espressione di disgusto disse: “Ah, venditore di fumo. Potevate dirlo subito. Non avete trovato fumo a sufficienza da vendere?”

Senza scomporsi, Diogenes sorrise bonariamente: “Ho provato, ma trovo più profittevole comprarlo e fumarlo che venderlo e non beneficiarne.”

Il funzionario allora fece un debole sorriso e annotò la professione del Maestro.

giovedì 9 aprile 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #22


In quel tempo, Diogenes aveva da poco salutato i suoi protetti: Julius e Bernard. Entrambi erano partiti per andare a studiare alla Cittadella, ma Diogenes sembrava più triste del dovuto per questa partenza, e iniziò ad affogare la grande trsitezza che provava in fiumi d’alcool.

Molte volte faceva il giro delle locane di Lisalania, bevendo in ognuna di esse quanto avrebbe bevuto in una settimana normalmente. Una di queste volte il Maestro stava facendo nottata all’Insegna Grigia, dopo essere già passato dai 5 Coltelli e aver svuotato la credenza dei vini alla residenza Von Matterhorn, quando arrivò ad un punto di non ritorno. Iniziò a barcollare persino mentre stava seduto sulla sedia, e i suoi commensali erano molto preoccupati per la sua condizione e chiesero aiuto a Severio mentre Diogenes ordinava un’altra birra.

Severio servì l’ennesima birra al Maestro, ma una donna dalla cucina, mossa a compassione, poggiò sul tavolo un enorme boccale ripieno di una strana brodaglia verde e calda, dall’aspetto e odore disgustosi. “Bevi questo, perché altrimenti rischi la morte. Questo è un rimedio infallibile contro le sbornie.”, disse la donna andandosene.

Diogenes osservò i due boccali ancora barcollando, quasi vomitò annusando il boccale arrivato dalle cucine. Poi, in un attimo, prese proprio quel boccale dal tavolo e lo trangugiò in un sorso. Mentre ripuliva la bocca col dorso della mano, un commensale gli chiese: “Maestro, perché avete scelto quella sbobba orrenda al posto della birra?”. Diogenes rispose biascicando:”Tra due mali, scelgo sempre quello che non ho mai provato” e poi cadde dalla sedia fragorosamente.

Fu così che Diogenes smise di ubriacarsi in più di una taverna al giorno.

giovedì 26 marzo 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #21


In quel tempo, Diogenes ancora non aveva ottenuto il successo che avrebbe meritato, per questo le sue lezioni erano poco frequentate; i suoi seguaci, però, erano attenti ascoltatori e fedeli esecutori dei suoi precetti filosofici.

Le lezioni del Maestro si tenevano in vie secondarie di Lisalania e pochi erano coloro che lo ascoltavano seriamente. La maggior parte degli spettatori era occasionale e aveva la pessima abitudine di deridere Diogenes mentre ancora parlava, facendo battute su quello che Egli diceva o sul suo aspetto; i più maleducati arrivavano a tirargli degli ortaggi.

Diogenes però non si dava per vinto e continuava nelle sue lezioni. Fu in quel periodo che, dopo una di queste lezioni in cui Diogenes subì gli insulti dei passanti, tenuta nei pressi dei 5 Coltelli, la proprietaria si avvicinò e, con far amichevole e compassionevole, chiese a Diogenes: “Non trovi snervante e privo di senso continuare a lottare insieme a questi pochi disperati per le tue lezioni? Non credi sarebbe meglio smettere e adeguarti ai più?”. Diogenes, scrollandosi di dosso delle foglie d’insalata, sorrise compiaciuto e rispose: “E’ meglio lottare con pochi buoni contro tutti i malvagi che con molti malvagi contro pochi buoni”. Poi fece il baciamano alla proprietaria e si incamminò verso casa per potersi lavare.

giovedì 5 marzo 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #20


In quel tempo, Diogenes aveva tenuto alcune lezioni nei paesi limitrofi, come Mandolina e Coppetti, attirando così l’attenzione di tutta la zona sulla sua filosofia e le sue capacità oratorie.

Forse grazie al passaparola di qualche viaggiatore, notizie e stralci delle sue orazioni arrivarono fino a Serravalle, alle orecchie di un oratore politico che riscuoteva un certo successo nella capitale. L’oratore decise allora di recarsi sino a Lisalania per ascoltare una delle orazioni di Diogenes e cercare di carpirne i segreti.

L’oratore ascoltò una delle orazioni del Maestro, che riscosse l’usuale successo, poi cercò di prendere da parte Diogenes per commentare l’orazione con lui. Si avvicinò e, afferrato il Maestro per un braccio, disse: “Avete una bella orazione, Signore, ma mi pare che vi soffermiate troppo alla superficie delle cose per essere veramente incisivo o interessante.”

Diogenes si strinse ancora di più all’oratore, toccandogli il braccio a sua volta, e rispose: “Solo dopo aver esaurito la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Spesso, però, la superficie delle cose è inesauribile.”

Poi divincolò il braccio e si diresse a ricevere i meritati complimenti della folla che aveva ascoltato l’orazione.

giovedì 13 febbraio 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #19


In quel tempo, Diogenes era da poco entrato a far parte della famiglia Von Matterhorn e il Signor Lorenzo, complice la partenza dei figli per la cittadella, pensò che fosse una buona idea introdurre il nuovo rampollo nell’alta società.

Diogenes non era altrettanto convinto che fosse una buona idea, ma per rispetto e riconoscenza verso il suo Signore accettò il volere del Conte.

Oltre ad una serie di lezioni su economia, politica e galateo, che Diogenes digeriva a fatica, il Signor Lorenzo decise di invitarlo e fargli visitare quella che era una sorta di associazione dei nobili della città. Un luogo nel quale l’aristocrazia si ritrovava, secondo il Conte, per discutere i destini di Lisalania e i propri affari, senza l’asfissiante presenza delle famiglie.

La prima cosa che notò Diogenes nel club fu la totale assenza di donne tra i membri; il Signor Lorenzo si giustificò dicendo che le donne non erano ammesse, non avendo le stesse capacità e responsabilità degli uomini. Perplesso Diogenes rispose: “Sono convinto che se si forniscono alle donne occasioni adeguate, le donne possono fare tutto.”

Il Conte sembrò interessato alla risposta, ma rimase in silenzio e proseguì nelle presentazioni e nel giro dei locali.

L’altra cosa che Diogenes notò fu l’anzianità della maggior parte dei presenti, il fatto che molti sembravano avere acciacchi fisici di varia natura. Tossivano, facevano fatica ad alzarsi dalle sedie, avevano un aspetto tetro e malaticcio. Altra cosa, ancor più inquietante, per tutti i 30 minuti passati in quel luogo, Diogenes non vide mai nessuno sorridere: né i membri dell’associazione, né i servitori. Fu allora che il Maestro non seppe trattenersi e si rivolse al Conte: “Mio Signore, perché frequentate questo posto grigio? Non vi rispecchia affatto.” Il Signor Lorenzo ci pensò su per un secondo e rispose: “Credo sia per l’atmosfera di alta moralità che si respira al suo interno.” Diogenes, incredulo, diede un ultimo sguardo ai presenti e disse: “Non si può dire che un’atmosfera di alta moralità sia molto propizia alla salute, o alla felicità”.

E così si concluse l’esperienza del Maestro all’interno dell’associazione dei Nobili di Lisalania.

giovedì 30 gennaio 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #18


In quel tempo, Diogenes amava frequentare spesso uno dei giovani lavoratori del postribolo di Madama Leonilda, anche al di fuori degli orari di lavoro del giovane.

Dioegenes ne apprezzava la vitalità e la compagnia, lo frequentava in pieno giorno e con lui mangiava in pubblico, frequentava spettacoli o passeggiava per la città. I due non avevano neanche paura a scambiarsi segni di affetto in pubblico, come abbracci o piccoli baci fuggevoli.

Ovviamente la relazione, così esposta pubblicamente, veniva vista in malo modo dai nobili più tradizionalisti e reazionari della città, che non risparmiavano ai due occhiatacce, battute e sguardi di disapprovazione

La relazione proseguì per qualche mese, sino a quando il giovane decise di lasciare Lisalania per cercare fortuna alla capitale.

Diogenes ne risentì un poco, e mentre, una mattina, si trovava ai 5 Coltelli per la colazione, uno di quei nobili tradizionalisti, notando la malinconia del Maestro che era seduto solo al tavolo, lo prese in giro: “Signor Von Matterhorn, finalmente quel giovane dissoluto con cui eravate uso infastidire le persone per bene sembra essere sparito.”

Diogenes si voltò stancamente e, senza cambiare l’espressione del volto, rispose: “Mio signore, se tu sei libero, la tua semplice esistenza dà fastidio agli schiavi”, e tornò a fissare il vuoto.

giovedì 16 gennaio 2020

ESTRATTO DA “IL SAPERE NUOVO - TUTTO SU DIOGENES” #17


In quel tempo, Diogenes venne invitato ad una festa da un altro rampollo di una famiglia di Lisalania. La famiglia del rampollo non era nobile, ma, dopo la conquista della Regione ad opera degli Auran, aveva accumulato una grande ricchezza grazie ad una conceria tenuta in grande considerazione dal Nomarca.

Diogenes non amava molto quel genere di feste in cui si fa sfoggio di ricchezza e nobiltà, ma aveva scoperto che gli alcolici e la carne erano gratuiti e di buona qualità, per cui partecipava di buon grado. Nonostante questo, non aveva molte conoscenze e quella sera si aggirava per la stanza in cerca dell’ultimo bicchiere prima di andarsene, quando, nei pressi del buffet, gli capitò di ascoltare il discorso che il giovane rampollo stava tenendo ad una platea di altri giovanotti adoranti. Egli sosteneva che il padre avesse una visione arcaica e poco pratica del lavoro, in cui remunerava i suoi operai per giornata di lavoro, quando invece avrebbe dovuto stimolarne le prestazioni, pagandoli in base a quanto producevano e dando loro dei bonus se avessero raggiunto determinati obiettivi di produzione. In questo modo, secondo il giovane, gli operai più meritevoli avrebbero guadagnato di più, e quelli meno bravi sarebbero stati stimolati a raggiungere gli stessi risultati di quelli più bravi, e allora si che si sarebbe aumentata la produttività della ditta.

Solo uno dei presenti, un aristocratico che Diogenes conosceva come persona prudente e scrupolosa, osò ribattere che in quel modo il proprietario avrebbe sicuramente guadagnato di più ma l’operaio, per esempio, più anziano o malato avrebbe guadagnato troppo poco per sopravvivere. Il rampollo rise di queste obiezioni, sostenendo che quella che lui chiamava “Cultura della Produttività” sarebbe stata il futuro, ricevendo assenso col capo da coloro che lo circondavano.

Proprio in quel momento Diogenes fece un piccolo rutto bevendo l’ultimo bicchiere di birra e tutti si voltarono verso di lui. Il rampollo sorridendo gli chiese: “E voi cosa ne pensate nobile Von Matterhorn?” caricando di disprezzo la parola nobile.

Diogenes si voltò e, biascicando per l’alcool, disse: “A me questa storia della Cultura della Produttività sembra come un pesce morto al chiaro di luna: luccica ma puzza”, e poi vomitò sul tappeto. Da allora il Maestro non è più invitato a quel genere di eventi.